Trail Lago D’orta – Pongo (NO)

19 ottobre 2013 a 18:59
19.10.2013
Trail Lago D’orta – Pongo (NO)

Non vi è alcun sentiero verso la felicità: la felicità è il sentiero.
[Buddha]

Alle ore 16:43 del 19 ottobre 2013 entro nel tendone del Pala Woytila a Pogno, appoggio il piede sul tappeto ed il mio trail, dopo 55 km e un dislivello di 2650 m, è terminato.
Mi consegnano un cappellino nero con la scritta finisher, che mi calzo immediatamente in testa; questo sarà il premio per tutta la fatica e per tutte le sofferenze patite.
Mi illudo che proprio per il fatto di non guadagnarci un soldo, di non poter correre con velleità di vittoria o di piazzamento podio, cosciente che la mia prestazione rimarrà nella mediocrità e nel più profondo anonimato, sia per limiti atletici e sia per la mia educazione anti competitiva, questo mio gesto, mi illudo, si possa considerare un gesto puro.
Per qualche minuto dimentico tutte le sofferenze, mi trovo in una sorta di Nirvana, in una zona d’estasi che te le fa dimenticare, ho voglia di cercare i volti degli atleti con cui hai condiviso qualche km del percorso, con cui hai fatto due chiacchiere, di scambiarsi un abbraccio e i complimenti, di salutarsi e poi rimanere un attimo da soli in disparte per realizzare quello che si è appena fatto e dover trattenere a stento un prepotente impulso interiore che si sfoga in un pianto.
Il magone l’avrà vinta e solo adesso posso dire che la mia gara è davvero terminata.
E’ il momento di cercare la birra, di pescare una manciata di biscotti secchi, delle fettine di mela, della frutta secca dal banco del ristoro finale.
Di gironzolare attorno per il tendone dell’arrivo ed incrociare gli sguardi di altri finishers con cui si condivide quel cenno d’intesa, come soldati che riconoscono di aver combattuto la stessa battaglia.
Ma ognuno ha la sua storia da raccontare, i luoghi del percorso sono gli stessi, ma le impressioni, le sensazioni, i momenti in cui si è sofferto, le speranze, le illusioni, le delusioni, la fatica provate lungo il percorso, quelle sono storie personali ed ogni storia è diversa dall’altra.
Ci sarebbe da passare una notte intera ad ascoltarle, ma a parte qualche dettaglio che si condivide, il resto rimarrà un’ esperienza assolutamente interiore, che non si può raccontare, come quei sogni apparentemente astratti e illogici, che non si riescono a raccontare e rendere comprensibili.
L’estasi dura qualche minuto, poi il corpo ricomincia a lamentarsi di come l’hai maltrattato per una giornata intera. Sete, fame, ma lo stomaco rifiuta qualsiasi cibo solido; dentro le scarpe sento qualcosa sciogliersi, qualcosa che ho un po’ di paura a dover scoprire.
Togliersi le scarpe fa un po’ male, levarli le calze che sono state praticamente assorbite dalla pelle dei piedi è una procedura da fare con calma. I miei piedi sono devastati, come se li avessi lasciati in ammollo per tre quattro ore, ma gli effetti collaterali delle sostanze che il mio corpo produce, in seguito alla fatica (che i più grandi trailers del momento sanno descrivere davvero bene) me li fa vedere sorridenti, quasi a perdonarmi, contenti, appagati come lo sono io adesso.
Della mia gara non penso interessi poi tanto. Ho avuto momenti di grande sofferenza durante i quali ho dovuto gestire vari dolori, sia ai polpacci, poi agli addominali, poi alla schiena, poi ad una spalla, mi sono preso pure una storta micidiale che mi ha spaventato, inutile raccontare i dolori ai piedi durante le discese sulle micidiali mulattiere.
I dolori arrivano, durano qualche tempo, poi passano, ne arrivano altri.
Insomma una corsa di questo tipo è un martirio per il corpo ed è naturale che si metta a gridare. Ma deve sopportare.
Un momento in cui avrei voluto fermarmi c’è stato ma mi sono detto che se non riesco a correre avrei comunque potuto continuare a camminare fino alla fine; ero solo al venticinquesimo km e avrebbe significato camminare per almeno altre sei sette ore.
Arrivato al terzo o quarto ristoro, non me lo ricordo, ti trovo lì Oscar con cui mi lamento dei dolori alla gamba sinistra. Ma lamentarsi serve un po’ a esorcizzare la situazione.
Oscar mi dice due parole, forse quelle giuste per andare avanti.
Ho corso dove non pensavo di riuscire a correre, a pensarci non capisco dove ho trovato le forze per sopportare la fatica e i dolori, ho vinto la demoralizzazione che mi ha preso per un attimo quando ho visto al cinquantesimo km quel muro verticale fatto di trecento gradini, lungo forse duecentocinquanta metri. La chiamano la scala santa, ma è una via crucis che ho davvero scalato un gradino alla volta come fossi un ferito con le stampelle.
Poi il percorso si è ricongiunto con quello della 22 km, che ho corso nel 2012. Il fatto di riconoscere dove mi trovavo e quello che mi aspettava mi ha dato un’immensa fiducia.
E quindi con un grido finale, un yipppieeeeee finale, entro nel piccolo campetto d’erba del 55°km: il traguardo.
Dopo ho sentito il bisogno di aspettare l’arrivo degli altri in mezzo al paese e accompagnarli fino alla fine. Sarà stato che avevo voglia di ripetere quell’emozione che ho provato al mio arrivo al traguardo.
Un grazie personale alla campionessa Antonietta che con la sua benedizione del giovedì sera, ha risolto anche gli ultimi dubbi e perplessità sulla mia scelta di partecipare a questa corsa.
Grazie a Giovanni e Roberto e Fiona delle TDK, Marco Dominioni (che affettuosamente chiamo MarcoPolo) e mia moglie Donatella con cui abbiamo fatto comunque gruppo.
Grazie Oscar per quelle poche parole ma decisive.
Grazie TDK.
Ivano