Ultra Trail Lago d’Orta

20 ottobre 2012 a 13:52
 
 
 
 
 
Ringraziamo Gabriele Poli e gli amici della A.S.D. 5 Cacine Running di Cislago per le magnifiche foto messe a disposizione per questo articolo
20.10.12
Ultra Trail Lago d’Orta – Pogno (NO)
 
Ci sono gare perfette, che ti godi dal primo chilometro sino all’ultimo.  Giornate durante le quali lucidità, forza fisica, resistenza e divertimento non cedono il passo a niente.
Ci sono altre gare in cui già al via capisci che non sarà giornata, lungo il cui percorso ti trascini a fatica in preda a malessere e sconforto, gare che raramente riesci a concludere.
Poi ci sono quelle gare in cui la partenza è serena, ma quasi da subito ti rendi conti che qualcosa non va. Talvolta possono essere le gambe, altre volte la forma fisica generale o un infortunio, persino un banale problema digestivo.
Esistono infine le gare delle Tartarughe, quelle che termini comunque con le tue forze, ma conscio che con te c’è sempre qualcuno che può correre in tuo aiuto. Sono le gare in cui puoi provare davvero a raschiare il barile e a dare più di quello che hai in corpo.
Sabato per me è stato una di queste giornate.
Con il gruppo dei trailer incalliti delle Tartarughe (il sottoscritto, Antonio, Diego, Luca e Maurizio) e con l’amico Oscar ci si è trovati a Pogno (NO) per iniziare l’avventura dell’Ultra Trail del Lago d’Orta. Una bella 63 km con 3000 m di dislivello positivo che abbiamo deciso di intraprendere su intuizione di Luca.
Ho utilizzato la parola “intuizione” non a caso, poiché la gara ci ha offerto sicuramente qualcosa di speciale. Profilato come un trail minore rispetto a quelli più blasonati che ci hanno visto protagonisti, la gara ha saputo stupirci davvero, dimostrando un’organizzazione impeccabile, un clima eccezionale e un percorso tostissimo, impegnativo e magnifico.
Come il solito la mattinata prima della gara è rocambolesca. Ritrovi in orari anche sin troppo prudenzialmente anticipati e colazioni concitate non tolgono comunque opportunità di farci distinguere. Quando arriva il nostro gruppo, giunge anche la “caciara” che solo noi sappiamo portare.
Alla partenza l’euforia delle tartarughe è sempre al massimo e una bella foto di gruppo ci scappa sempre, ma non passano neppure tre minuti che il cronometro segna l’inizio di una nuova avventura.
Diego e Oscar partono forti, Luca e Antonio impostano un passo migliore del mio ed io mi trovo a correre tranquillo assieme a Maurizio, che pare più impegnato a socializzare e godersi il paesaggio che a competere… per fortuna, mi verrà da affermare a breve.
Pochi chilometri e ci troviamo subito sul sagrato panoramico della Madonna del Sasso, eccezionale vista sul lago d’Orta. Il clima è davvero rilassato e con Maurizio mi godo il ristoro e un po’ di respiro. Di Luca e Antonio scorgiamo in lontananza le sagome, quanto basta per non perderli di vista, quanto occorre per essere difficili da recuperare.
La gara procede su moderati pendii e salite non significative che ci portano poco alla volta, grazie a tratti anche parecchio corribili, a guadagnare metri sui nostri amici.
Dopo uno dei rari tratti di asfalto presenti sul percorso giungiamo nei pressi di una balconata naturale interamente costituita da dune di sabbia bianca compatta che si affaccia ancora una volta sul lago. Lo stupore per il tipo di paesaggio lascia me e Maurizio senza parole. Il bianco della sabbia, la strana consistenza del terreno, la vegetazione di contorno e le sinuose curve delle dune rendono la vista unica.
Neanche il tempo di commentare quanto appena visto, che il nostro passo prende incedere più deciso e poco prima del ristoro di Arola Maurizio ed io riusciamo a raggiungere Luca e Antonio. Luca incomincia a lamentare dolori di stomaco e al costato, io non sto male ma i presagi di un successivo malessere si fanno sentire con l’insorgere di una fastidiosa nausea.
Il ristoro di Arola è molto ricco e la presenza di birra e acqua gassata mi permette di tamponare l’insorgere del problema, Luca appare più preoccupato.
Il gruppo a questo punto si fa compatto. Antonio e Maurizio decidono di fare compagnia a Luca, io invece, soffrendo un poco il rallentamento e non avendo la tempra dei nostri due, decido di affrontare la salita con il mio passo, fissando appuntamento ai compagni al ristoro successivo.
Inizia l’ascesa che ci porterà lungo le creste che precedono l’Alpe Sacchi, qui il trail si fa davvero duro. Incontriamo prima un’interminabile strada forestale che poi lascia il passo a una serie di ripidissimi strappi. Ahimè il mio sentore di malessere a questo punto incomincia a divenire in realtà vero e proprio patimento. Per quanto paesaggio e clima fossero perfetti, soffro non poco questo tratto, ma resisto e riesco a superare senza fermarmi tutto il dislivello.
Raggiungo un ristoro volante fornito di sola acqua. Scoprire l’assenza di rimedi tipici per le mie condizioni (bibite gassate o bevande calde) mi causa iniziale sconforto, nel frattempo dalla radio della protezione civile mi arriva la notizia che un corridore con la mia stessa maglia sta lamentando fastidi più forti dei miei. Capisco che è Luca e la notizia mi fa dimenticare il mio fastidio. Comunque so che con lui ci sono Antonio e Maurizio, per cui la preoccupazione cede subito il passo al timore per l’aggravarsi delle mie condizioni.
Mi sforzo e provo a bere acqua, anche se va giù a fatica e non sento giovamenti. Mi siedo e mi fermo per qualche minuto, a piccoli sorsi riesco a bere quattro bicchieri. Mi sento un po’ meglio.
Vedo arrivare nel frattempo Antonio, seguito a breve distanza da Maurizio e Luca. Il mio amico non appare così sofferente, l’aspetto non è tale da far pensare a un imminente ritiro. Due chiacchiere e poi io decido di ripartire di nuovo da solo, tanto il percorso ci farà incontrare sicuramente ancora.
Nel frattempo incontro una trailer di Courmayeur di nome Annalisa, che diventa una gioiosa compagnia lungo la discesa verso l’Alpe Sacchi. Ricordare con lei i miei amati luoghi della Valle D’Aosta mi fa passare un poco il malessere. Anche lei soffre, le fanno male i piedi, per cui si fa di mal comune un mezzo gaudio e chiacchierando si conquistano chilometri preziosi.
La discesa si fa ripida ma resta molto gradevole, il terreno è morbido e stabile. Proprio a metà della discesa siamo raggiunti da Antonio, che nel frattempo sta trasportando lo zaino di Luca che pare stare sempre peggio. Ha nausee ma non riesce a rimettere.
Con Antonio il clima si fa ancora più allegro di prima e raggiungiamo il ristoro del trentasettesimo chilometro con facilità. Trovo finalmente birra, coca cola, acqua gassata… tutti elementi preziosi per ritardare l’insorgere di nuovi fastidi. Non sto bene per nulla, ma un po’ di calma e qualche minuto seduto mi rimettono in forma.
Antonio, non scorgendo né Luca né Maurizio inizia a preoccuparsi e prende la decisione di chiedere ai soccorritori della Croce Rossa di tornare sui suoi passi alla ricerca di Luca. Io, Antonio e Annalisa nel frattempo decidiamo di lasciare ai volontari lo zaino di Luca e di ripartire. La situazione per il nostro amico appare infatti ormai compromessa e comunque Maurizio è con lui.
Pochi chilometri e ci troviamo al di fuori di un bosco, di fronte ad un magnifico alpeggio sul quale dominano alcune baite. Una coppia locale ci invita a bere qualcosa e di nuovo un sorso di una bibita gassata mi regala qualche chilometro ancora di benessere. Capisco comunque che non ne avrò ancora per molto, i sintomi di un blocco digestivo ormai sono più che evidenti.
Nel frattempo Annalisa, preoccupata dal rallentarsi del mio passo e focalizzata sul suo obiettivo di finire entro il tempo massimo, si stacca dal gruppo e imposta un passo troppo veloce per me.
Antonio non mi molla un secondo e dopo pochi chilometri soggiunge anche Maurizio, ci rassicura sulle condizioni di Luca che comunque ha deciso prudenzialmente di ritirarsi. Io sono davvero a pezzi, capisco che ho ben poche possibilità di riprendermi da lì alla fine della gara, ma la vicinanza dei due amici mi da forza ed animo per continuare.
Antonio e Maurizio non mi mollano un secondo, discreti e allegri stanno con me e mi fanno sentire in sicurezza. Riesco persino a parlare e la cosa minimizza un poco quel senso di nausea che ormai mi pervade e non mi permette più neppure di correre. Mi sento come un palloncino pieno d’acqua che sciaborda ad ogni passo.
Arriva la notte e con essa la percezione limitata di quanto ci sta attorno. Alberti, cespugli e pendenze perdono dimensione e tutto appare ovattato attorno a noi. Accendiamo le nostre luci e il balissaggio catarifrangente della gara ci si presenta di fronte come un cielo stellato. Il tempo di abituare gli occhi alla nuova condizione e ci rendiamo subito conto che è una nottata spettacolare.
Uno spicchio di luna crescente sorge su di noi e le stelle sono così nitide da sembrare lucine attaccate ai rami degli alberi. Che spettacolo. La natura sa regalare romanticismo anche quando non siamo in piene condizioni di poter godere di essa. La mia mente per qualche attimo viaggia.
Penso ad altri momenti dell’anno tra le montagne, penso all’avventura che sto vivendo con i miei amici e penso anche a qualcuno che attende mie notizie e aggiornamenti. Non mi sento per nulla solo, piuttosto capisco di essere forte e pronto a finire, a tutti i costi.
Procediamo in gruppo serrato e affrontiamo pendii talvolta così scoscesi da essere attrezzati dall’organizzazione con corda.
Sono veramente alla frutta, le energie residue mi stanno abbandonando e ormai non bevo e mangio da ore. Nonostante questo ho ancora margine sui cancelli. Quando ormai raggiungo l’apice della sopportazione, Maurizio ed io raggiungiamo il ristoro di Nonio.
Sono le otto di sera e sono in anticipo di un’ora rispetto al tempo massimo. Qui incontriamo anche gli amici del 5 Cascine Running che ci hanno fornito le belle fotografie che completano questo racconto.
Le provo tutte per rimettere a posto lo stomaco. Te caldo, acqua, cracker non mi sono di aiuto. Decido di comprare dell’acqua gassata in un vicino ristorante. La possibilità è una sola, riempirmi di acqua gassata per cercare di dilatare lo stomaco o quantomeno rimettere. Maurizio ribadisce il suo desiderio di restare con la coda del gruppo, oggi è qui per questo afferma, assieme convinciamo Antonio ad andare a godersi gli ultimi venti chilometri di gara al suo passo.
Finalmente riesco a liberarmi. Mi sento immediatamente meglio. Leggo dei brevi messaggi di testo che mi danno coraggio. Alcune delle persone a cui pensavo, mi pensano a loro volta. Mi torna il sorriso. Infilo nello zaino un paio di bottigliette di acqua gassata e riparto. Maurizio a questo punto si cala davvero nel ruolo che noi gli abbiamo appioppato… mi sta accompagnando per i monti con il silenzio e la discrezione di uno Sherpa, tre passi davanti a me, senza mai allungare.
La percezione della gara perde per me chiarezza, dopo tre chilometri ricomincio a soffrire una nausea fortissima, so che se voglio finire devo ripetere il gesto del precedente ristoro. Non mi resta che stringere i denti e aspettare che giunga il prossimo punto vita. Arriviamo finalmente a Pegna. Mancano dieci chilometri e la testa tiene ancora. So che con Maurizio vicino posso anche rischiare di finire in queste condizioni.
Il tratto di gara da Pegna a Lagna per me è il più duro. La lucidità mi ha abbandonato e capisco che mi sto letteralmente trascinando. Arrivo a Lagna in condizioni pessime. Mi siedo, mi sforzo di bere quanto più possibile, so che l’impietoso rituale cui mi sono già sottoposto sta per ripetersi, ma la speranza è che qualcosa di quello che ingerisco resti in me… scopro ben presto che è un tentativo vano. I volontari della protezione civile vogliono farmi ritirare. Maurizio li convince che so quello che sto facendo e li rassicura del fatto che non mi lascerà solo un metro.
L’idea si sapere Maurizio al mio fianco mi da ulteriore forza per continuare, anche se ormai sono in uno stato di solitudine e concentrazione tale da non proferire quasi parola con lui.
Di nuovo la testa comincia a viaggiare e pensa a luoghi e persone lontane da dove mi trovo, la cosa aiuta, sto in parte estraniandomi dal mio corpo.
I quadricipiti ormai gridano vendetta e mordono sopra le ginocchia come due cagnacci rabbiosi. Questo è sport? Non lo so, ma di sicuro è pura passione mischiata a grande determinazione.
Forse sono proprio quelle emozioni che cerchiamo ogni volta che ci cimentiamo in queste follie.
Manca veramente poco, restano solo cinque chilometri tra me e la conclusione di questa avventura, ce la posso fare! Maurizio è davanti a me e io riesco finalmente a far prevalere l’adrenalina dell’approssimarsi al traguardo sulla sensazione di nausea che ormai è stordente.
Attraversiamo una vecchia polveriera militare e passiamo senza fermarci dall’ultimo ristoro. Voglio solo arrivare. Il percorso è a tratti adornato da fiaccole che, assieme alla luce di un paese sottostante, ci danno la percezione di essere arrivati. In realtà mancano ancora un paio di soffertissimi chilometri.
Non mi sembra vero… di fronte a me asfalto e un campanile. Adesso è davvero fatta. Il gonfiabile dell’arrivo è ancora in piedi, la scopa non mi ha preso, non sono neppure ultimo.
Posso finire la gara da atleta e non da sconfitto.
Gli occhi mi si inumidiscono, prendo la mano di Maurizio e inizio a correre. Sembra quasi una scena da film. Mi sento vicino al mio amico, unito da quell’intimità che solo l’esperienza della montagna sa creare. Qualche passo di corsa ancora e tagliamo il traguardo, assieme.
Sarebbe già stato il massimo così, ma al meglio non c’è mai fine talvolta: Antonio, Diego, Luca e Oscar sono lì ad attenderci. Chi da ore… chi da qualche decina di minuti… ed è gran festa!
L’emozione e la soddisfazione salgono e so di aver compiuto ancora una piccola personale impresa.
Ringrazio la montagna, i sentieri e i miei amici per quest’anno ricco di emozioni e suggestioni che porterò con me per trovare nuova ispirazione ed energie per un 2013 che dalle premesse sarà ancora più intenso.
Andrea Papini