36° Trofeo Ambrogio Longoni

9 febbraio 2014 a 18:58
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09.02.2014
36° Trofeo Ambrogio Longoni – Bevera di Sirtori (LC)
“Trot-trot-trot. Puff-puff-puff. Slap-slap-slap go my feet on the hard soil. Swish-swish-swish as my arms and side catch the bare branches of a bush.”
Ogni volta che corro, in condizioni non proprio agevoli, attraversando campagne rese inaccoglienti dalle condizioni meteorologiche dell’inverno, non posso che pensare alle onomatopee che Sillitoe regala nel suo capolavoro “The Loneliness of the Long Distance Runner”.
Tutto sommato le analogie con la novella non sono poi poche. La nostra – o almeno la mia – è una prigionia come quella del protagonista.
Una prigionia fatta di levatacce, freddo, umidità e dell’immancabile oretta in auto per raggiungere i luoghi della corsa: Prigioniero della corsa.
Una prigionia vera quella del protagonista, ospite di un riformatorio, per il quale la corsa – al quale viene obbligato dal direttore del centro di detenzione – è un momento di sofferenza, ma anche altamente liberatorio: “Liberto” della corsa.
Dunque non posso che immedesimarmi con il giovane protagonista. Lui costretto alla corsa dalle ambizioni di un direttore di riformatorio intento a conquistare la vittoria del campionato locale di corsa campestre, io costretto dal mio senso di appartenenza al gruppo a superare pigrizia e noia per essere presente la domenica mattina.
La mia domenica mattina a questo giro parte prima del solito ed in maniera un poco più pittoresca. Accortomi in settimana del fatto che la mia patente fosse scaduta, il mio travaglio mattutino ha inizio alle sei, in stazione a Bollate, per raggiungere il gruppo dei partenti a Caronno in treno. Qualcuno mi ha anche vezzeggiato chiamandomi pendolare la sera prima.
Levataccia nella levataccia, recuperata grazie alla guida di Antonio, particolarmente dolce e costante questa mattina, che mi ha permesso di dormire per almeno una mezz’oretta durante il tragitto.
Arrivati sul posto, attendiamo l’accorparsi del gruppo. Qualcuno è partito da Caronno, qualcuno arriva per i fatti suoi ed altri giungono da alternativi luoghi di raduno. Manca come al solito Ivano.
Scelgo l’abbigliamento e poi con il gruppo, dopo la rituale fotografia in cui non sono ritratto in quanto autore della stessa, ci mettiamo in cammino. Prima passeggiando, poi corricchiando ed infine affrontando, con più o meno vigore, la salita con cui la tapasciata oggi ci da il benvenuto.
Di certo il paesaggio della Brianza, così mosso e variegato, è decisamente più intrigante per l’occhio dello sterminato piattume dell’Essex. Dopo un paio di tornanti ci si apre la vista sui monti lariani “brizzolati” dalla neve caduta copiosa in questi giorni. Lo sguardo viene rapito dalla bellezza di questo paesaggio, incorniciato da nuvole di diverso colore che man mano vanno a disperdersi nell’aria. Nel frattempo la giornata inizia a migliorare ed un timido sole inizia ad affacciarsi.
Giunti al bivio tra la sei chilometri e gli altri percorso, un gruppo si distacca per affrontare il percorso più corto da sommare poi alla diciotto ed accumulare qualche chilometro in più.
Per me non è giornata, ho già fatto abbastanza fatica per essere qui, non me la sento di aggiungere ulteriori chilometri.
Ripartiamo e subito si presenta uno scenario diverso, fatto di boschi, pratoni e fango, tantissimo fango, troppo fango per correre placidamente. Inizia qualcosa che oggi ha più il sapore di una gara di Fell Running (http://en.wikipedia.org/wiki/Fell_running) che di una tapasciata. L’analogia con l’Essex descritto da Sillitoe ritorna automatica.
Trot-trot-trot. Puff-puff-puff. Slap-slap-slap. Io aggiungo SPLASH-SPLASH-SPALSH. Il rumore dei miei passi è persino più variegato di quello delle scarpette del giovane protagonista della novella.
Rimango solo con Antonio, per molti chilometri il nostro passo non è lento, ma viene intralciato dai camminatori in decisa difficoltà e dal terreno davvero scivoloso.
Emerge più che mai il contrasto tra marciatori e corridori. Vero è che siamo loro ospiti, ma in queste condizioni mi appare improbabile questa convivenza.
Qualcuno di loro si lamenta per gli schizzi procurati dalla nostra corsa, qualcuno blocca incurante il percorso procedendo a coppie o terzetti affiancati, costringendoci spesso a deviazioni roccambolesce.
Noi, nondimeno, scivoliamo via veloci, alzando piccole ondate di fango e derindedo loro, i veri tapascioni, che sperano oggi di arrivare al traguardo con le loro tute di acetato intonse.
Che ridere sentirsi maledetti quelle volte che, con decisione, poggio il piede al centro di enormi pozzanghere, sporcando tutti quelli attorno a me.
Finalmente la differenza di passo e il ritrovato asfalto ci permettono di seminare definitivamente l’orda partente dei camminatori, trovando un percorso finalmente libero per noi che corriamo.
Giungiamo a questo punto al primo ristoro, poco prima ci ha raggiunti l’avatar di Ivano (http://it.wikipedia.org/wiki/Avatar_(realtà_virtuale)), che oggi non è stato utilizzato per la fotografia di gruppo, ma che qualcuno deve aver comunque liberato sul tracciato.
Oppure si trattava davvero di Ivano? Chi lo sa!
Il passo del nostro è così deciso, che il tempo assieme a lui o è poco, oppure come nel mio caso e scandito da un fiatone terribile che lascia poco spazio al dialogo.
Le condizioni del terreno non migliorano, anzi, addentratoci ulteriormente tra le vigne del Parco del Curone troviamo un fondo fatto di un argilla melmosa, scivolosa e appiccicosa. Il terreno a volte è insidioso come piastrelle insaponate, talvolta avvinghia i nostri piedi in una morsa che quasi ci strappa dai piedi le scarpe.
A dire il vero qualcuno che ha perso la scarpa in una pozza di fango lo abbiamo anche incontrato. Pazzesco!
Dopo un paio di tornanti Antonio mi si affianca e mi racconta, per la seconda volta di fila, nello stesso punto dell’anno passato, una storia che sa di leggenda. Il fatto che il parco sia stato salvato da trivellamenti petroliferi. Il racconto ha dell’incredibile, il petrolio in Brianza, neppure fossimo in Texas.
Conoscendo però la curiosità di Antonio per la geografia e la storia dei territori che attraversiamo con le nostre corsa, oggi decido di approfondire l’argomento e trovo più di un articolo a supporto del racconto del mio amico: http://www.ilgiorno.it/lecco/cronaca/2012/01/22/656984-fermati_scavi_petroliferi.shtml.
Ma è esattamente in questo tratto che la mia corsa assume i veri tratti di una competizione britannica. Torna di improvviso il richiamo all’Essex, ove ogni anno si svolge la famosissima Muldon Mud Race (http://maldonmudrace.com/). Mi distraggo un solo secondo per ascoltare un gruppo di podisti alle mie spalle che canzonavano un amico per il numero di capitomboli collezionati nella giornata, quanto basta per torvarmi con il piede su un appoggio scivolosissimo, così ingannevole da farmi capitombolare a pelle di leone nella più grande pozza di fango di tutto il percorso.
SPLASH-SPLASH-SPALSH, SWIM-SWIM-SWIM, COF-COF-COF mi trovo completamente a mollo, a faccia in giù, in un guano avvolgente e con una abbondante sorsata di fango in bocca.
Mi rialzo, un po’ acciaccato, qua e la sanguinante e con l’aspetto di una lottatrice nel fango più che di un podista. I colori della maglia Tarta Beatles sono completamente coperti e io peso qualche chiletto in più. Automatiche partono le risate e l’ironia, da parte di Antonio e degli altri podisti attorno a me.
Non mi perdo d’animo e conduco, con un poco di dolore al ginocchio destro, la mia corsa alla fine. Pensare che ironia della sorte, duecento metri più avanti sarebbe finito il fango e avrebbe avuto inizio la parte conclusiva del percorso quasi tutta su asfalto.
Saranno stati gli anatemi di qualche tapascione schizzato nei primi chilometri a farmi capitolare così burlescamente nella melma brianzola, tutto sommato mi sta bene.
La giornata finisce come sempre, con una bella doccia calda e l’attesa che tutti arrivino. Ultima ad arrivare Mariuccia, che per quanto le condizioni oggi fossero davvero estreme, non ha mollato e non si è risparmiata. Chapeau come ogni domenica!
In realtà, per il gruppo di quelli che più amano la convivialità che risulta da queste adunate, la domenica è finita come talvolta capita tra arancini e vino, dai nostri amici siciliani di Caronno.
A questo punto capisco che, per quanto io mi senta prigioniero della domenica dei tapascioni, lo sforzo ed il fastidio che mi procurano queste domeniche mattina ha un suo tornaconto non trascurabile:
Io non vivo la solitudine del “long Distance Runner” di Sillitoe, ma le mie domeniche mattine si animano della compagnia delle Tartarughe.
 
Andrea Papini