PTL 2014 – secondo racconto di Maurizio

2 novembre 2014 a 18:33
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25-31.08.2014
PTL 2014 –  Chamonix (FR)
Non era mia intenzione scrivere altro sulla P.T.L. Sia ben chiaro che lo sto facendo, vittima di un vile ricatto… “Se non racconti l’ultima notte……….”.
Sta imbrunendo. Abbiamo da poco finito una discesa dove ho potuto mettere in evidenza le mie eccezionali doti di frenatore. Diego ed Oscar, ormai privi di muscoli frenanti, attendono a valle.
Il prossimo obbiettivo è un fantomatico rifugio dove, per non so quale motivo, pensiamo ci sia assistenza. Finalmente arriviamo. E’ molto bello e molto chiuso. I piedi di Oscar (in particolare l’alluce) sono martoriati  e hanno bisogno di un tagliando. La civiltà ci ha chiuso fuori, ma Diego ha ancora la forza di scalare l’alta staccionata ed entra a prendere una sedia per il capitano. Da un bidone recupera il cellophan meno sporco e lo mette ai suoi piedi come fosse un tappeto rosso. Telefona……. sta sicuramente cercando una crocerossina (per il capitano ha sempre voluto il massimo).
Quando lo vede chino che si toglie le scarpe e le calze, decide che quel tappetino non è  degno di un principe. Di nuovo salta la staccionata e procura un’altra sedia dove poggiare i piedi affinchè Lui si operi pulito e comodo. Per la
prima volta mi sembra di percepire qualcosa di morboso in tutte quelle attenzioni…..( chissà se si è mai prodigato così con Carla!!). Propongo ad Oscar per il suo alluce una delle mie famose protezioni di gomma …”
Ma tu ce l’hai così piccolo???!!”. “Non è un preservativo! E’ UN DITALE PER LE DITA DEI PIEDI!!!!”. Le nostre lampade illuminano i suoi piedi come le luci di una sala operatoria e nessun microbo può oltrepassare la barriera che io e Diego stiamo facendo per creare un ambiente sterile. Dopo aver rimesso tutte le cose al loro posto, riprendiamo il peregrinare.
Il largo falsopiano sembra cantarci la ninna nanna. Inaspettata nel bosco lungo il torrente, appare una baita: anzi, il bar dei puffi. Dalla finestrella si intravede una luce tenue. Forse è aperto. Ci abbassiamo (nel senso letterale del termine) ed entriamo. Dentro, seduti ad un tavolo, ci sono il classico omone a cui daresti sempre ragione, la figlia, il genero e il nipote che sono venuti a trovarlo.
Un bel quadretto familiare! Ordiniamo tre caffè caldi, l’omone ce ne porta quasi mezzo litro a testa (meno male che per la prima volta non l’ho chiesto lungo!).
Mentre lo sorseggiamo, facciamo conversazione. L’energumeno ha vissuto un po’ di tempo a Milano e conosce bene la malavita della zona Affori……PERCHE’????.
Quando legge la curiosità nei nostri occhi, sorride, facendo capire che certe domande non si fanno. Invita più volte il nipote, che studia italiano, a parlare, ma lui riesce solo a ridere ogni volta che ci guarda. Il caffè inizia a fare “effetto”…
…ed Oscar chiede il permesso di poter chiudere gli occhi per dieci minuti con la testa sul tavolo . “Ok, ma solo dieci minuti, poi ti sveglio io..”, risponde sorridendo il gestore. Parliamo ora della corsa…… “I dieci minuti sono scaduti, è ora di svegliarsi!”.
Dov’è la dolcezza di Liviana? Oscar a quell’ordine, spalanca subito gli occhi e siamo già sull’attenti, pronti a ripartire.
 “Facciamo 10 euro??”, propone l’omone.  Nonostante il tono, non sembra una domanda e non abbiamo il coraggio di contraddirlo. Siamo solo in tre e lui è tanto fisico!…E poi siamo stati seduti al caldo ed è stata una brillante conversazione. (quanta viltà  si nasconde  a volte dietro alle giustificazioni!).  Ci abbassiamo ed usciamo (ma come faceva lui a passare di lì? Quella porta era forse un giogo per piegarsi e fagli subito un atto di riverenza?).
Il sentiero è ancora largo ed in falsopiano e non bastano dieci euro a sconfiggere il sonno che ormai ci ha preso per mano. Cammina cammina, in lontananza, vediamo le luci di un paese. Passiamo vicini ad una pensilina coperta della fermata di un bus.
Ci sediamo. Ci guardiamo l’un l’altro per decidere cosa fare…. E prima che uno di noi apra la bocca, siamo già sdraiati. Ci sono tre assi larghe 30 centimetri circa, disposte ad U. Impossibile stare a pancia in alto, obbligatorio stare su di un fianco, senza girarsi, con le gambe piegate.  Si affaccia, nel nostro “bivacco”, una squadra spagnola. Proprio adesso!!! Erano parecchie ore che non incontravamo nessuno.
Confabulano qualcosa, poi decidono che quell’angolo di paradiso è troppo piccolo per accogliere tutti.
Un venticello freddo ci sveglia. Quanto tempo è passato?? Cinque minuti?? Venti minuti?? Abbiamo un orologio al polso solo perché fa fine e non impegna… nessuno di noi riesce a leggere l’ora senza gli occhiali! Nella notte riprendiamo
a seguire la nostra linea che attraversa tutto il paese, gira intorno ad una piazza, ci fa fare una scalinata e ci riporta alla pensilina. Vicino c’è una fontana e mi lavo gli occhi come i gatti (o forse questo fa parte del sogno??).
Nell’atrio di un palazzo ,  abbiamo visto i tre spagnoli spaparanzati per terra avvolti nei teli di sopravvivenza che se la dormono alla grande! Le supposizioni su come abbiamo fatto ad entrare, ci hanno tenuto svegli la mezz’ora successiva. Il giro del paese ci è piaciuto molto, e decidiamo di rifarlo, ritrovandoci al punto di partenza. Quella pensilina ci attrae come una calamita! Ci spostiamo su di una strada sterrata vicina. Si sente in lontananza un cane che abbaia. Discutiamo su come uscire da quell’empasse.
“Se non hai mai avuto un cane, non sai cosa vuol dire essere amato”. (Schopenhauer – filosofo).
“ Se mai, in una notte oscura, un latrato improvviso dietro le spalle ti ha fatto girare, trovandoti faccia a faccia con un grosso rottveiler nero, non sai cos’è il terrore”. ( Crepaldi  – camionista).
L’espressione del mio viso, mentre balzo in aria, ricadendo impietrito sul posto, potete chiederla ai miei compagni. Io li vedo ridere con quell’aria  “meglio lui che noi” senza un minimo di slancio cavalleresco per venirmi in aiuto.
Loro dicono che anche il cane sghignazzasse subito dopo mentre, sculettando, rientrava nella sua proprietà.  Per fortuna era solo addestrato a tenere lontani gli estranei dal suo territorio.
Ci spostiamo e prendiamo l’unica via ovvia che ci rifiutavamo di prendere in considerazione: fra quelle due case, la strada sale ripida, per cui la traccia non può che riprendere oltre. Io sto dormendo e la strada diventa, nel bosco,
sentiero ancora più ripido. Ci supera una squadra. Altri due gruppi passano lenti, ma dopo un po’ svaniscono nel buio. La scena si ripete molte volte.
Il sentiero è pieno di radici insidiose e io vado talmente veloce che l’edera delle
piante fa in tempo ad attorcigliarsi sulle mie caviglie!!! Oscar mi ordina di tenere gli occhi aperti e vuole portare il mio zaino. Arriviamo ad un compromesso:  ci cambiamo lo zaino io e Diego che mi da anche i suoi bastoncini.
Il tom tom che tiene sullo spallaccio, mi da allergia e glielo rendo.  Dopotutto è lui che è stato promosso dal Capitano “Ufficiale di rotta”. Solo io sono rimasto senza gradi, unico suddito. Prego sia l’ultima salita, ma Oscar, che ogni tanto mi colpisce sul fianco per non farmi uscire dalla carreggiata, messaggero di buone notizie, mi dice che, finita questa, c’è una discesa, e da lì comincia la vera ascesa!!!
Tra i vari folletti, radici che si muovono, scarafaggi che salutano di cui è affollata la mia strada, improvvisamente appare lui: il mio farmacista. Camice bianco, dietro al bancone, stringe in mano una bustina di gel: “tieni questa in omaggio e prendila solo prima di morire” (e a me sembra di aver sentito sulla spalla, la gelida manina di nostra sorella con la falce…).
Il gel è dentro la tasca dello zaino.
Dico a Diego di affiancarmi, lo prendo e, pensando alle arachidi di Pluto, agli spinaci di Braccio di ferro, in un attimo lo bevo…. Perché le discese difficili, tecniche, ripide, scivolose con buche sassi e radici, le trovo tutte io??
Il fatto che non ci abbia sorpassato più nessuno, vuol dire solo una cosa: dietro non c’è più nessuno!!!
Terminata la discesa, il bosco si apre per presentarci l’ultima terrificante salita. Vediamo le luci degli altri gruppi già a mezza costa ed oltre. I miei due compagni vengono improvvisamente posseduti da un  RCC (raptus  compulsivo competitivo):
“E’ tardi! Adesso basta! Dobbiamo darci una mossa!” e mi trafiggono con lo sguardo. Decidono la formazione: Oscar davanti che fa il passo. No, scusate, Oscar davanti che corre!
Io devo stagli attaccato e Diego dietro,  pronto a darmi calci nel sedere (non può punzecchiarmi perché i suoi bastoncini li tengo stretti io!).
Non so se è stato il tono con cui sono state pronunciate le parole o il gel, fatto è che le nostre luci nella notte sono diventate lampi. Peccato non ci sia una vecchia cabina telefonica vicino per poter entrare ed indossare il costume di SuperCrep.
Raggiungiamo il primo gruppo e, bastardi come i ciclisti quando raggiungono il fuggitivo stanco, acceleriamo ancora. “Oscar rallenta un passo”. Una veloce pacca sulla spalla e: “Via come prima…”.
Atro gruppo superato….. “Diego attento!!”. E per non perdere velocità, aprendo le mani dopo la fase di spinta, abbandono semplicemente in equilibrio i bastoncini. “Prendili!!!”. Diego, sorpreso, non fa in tempo e
li sento tintinnare per terra. Strano…… non odo le sue imprecazioni! ( non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire!).
Ormai procediamo come cinghiali!! L’uso delle mani ci permette di accelerare ancora. Sfrecciamo nel buio. Per la velocità, su un tornante in salita, impostiamo male la traiettoria. Non c’è più tempo per frenare o correggerla e usciamo lunghi…..  procediamo seguendo Oscar che, come un rullo compressore, apre un varco nella ripida e fitta boscaglia. Che ci faccio io in mezzo a questi due animali famelici di cime??
Rivedo ancora il punto interrogativo sulla faccia di quelli a cui abbiamo tagliato la strada, sbucando ai loro piedi dalla giungla. Arriviamo in cima con i primi. Oscar si è tolto da un po’ lo zaino e ha trovato appeso il mio pile: quella che lui credeva fosse un’amichevole pacca sulla spalla, in realtà era un peso che gli stavo appioppando!! Man mano che l’aria si riempie di apprezzamenti poco ripetibili nei miei confronti, albeggia!
Altri corridori  arrivano e si fermano per ristorarsi. Tre gruppi, compresi gli spagnoli, decidono di ripartire. Io mi metto a ruota e cominciamo la discesa a velocità medio alta. Gli spagnoli continuano a parlare e anche se capisco solo una parola ogni tanto, rido alle loro battute.
Quello davanti a me, interpreta male un passaggio e rientra alle mie spalle. Anche se deve alzare la voce per continuare a parlare con il compagno, non lo faccio passare. Se per caso dovesse succedermi la stessa cosa, preferisco avere uno alle spalle che mi copra il buco per non perdere la ruota (questa la considero la prima lezione, che normalmente si dà gratis, ai neofiti del trail. Per averne altre bisognerà pagare).
Dopo l’attraversamento di un ponte tibetano, si fermano tutti. Noi proseguiamo la nostra marcia tranquilli. Ma come nei film western, quando tutto tace… improvvisamente arrivano migliaia di frecce. La mia PTL diventa un Giallo- Horror. Oscar: “ #[email protected]:?*^[ #=/@!;  (censura!).
Ho perso la mia macchina fotografica!” “ma come hai fatto??” “ non devo aver chiuso la cerniera della custodia!”. “ e la foto dell’alba? Non le ho fatte apposta perché tanto dicevi che me le passavi!
Quelle foto da sole valevano la PTL. C’era stata regalata un’alba stupenda da immortalare! E tu hai buttato via quel tesoro!”  Mentre sono ancora lì che impreco contro di lui, mi affianca ansimante un concorrente: “ ti è arrivato un sms dall’organizzazione?”. “No”. “a noi e ad un’altra squadra, dicono che non ci danno buona la PTL perché abbiano saltato un passaggio. Ci sembra di aver fatto tutto giusto, per questo pensiamo che sia una cosa generale e il messaggio potrebbe arrivare anche a voi”.
Chiedo ai miei compagni di controllare il telefono, ma Diego mi risponde seccato con tono che non ammette repliche: “Se hanno ricevuto il messaggio, riguarderà solo loro. Sapranno bene cosa hanno fatto! A noi non arriverà niente!!!”.
L’operato di un ufficiale di rotta così sicuro non può essere messo in discussione.
A me resta comunque per un po’ la paura di sentire squillare il telefono. Il mio cuore non si spaventa più per le salite, ma due colpi così ravvicinati gli fanno raggiungere il picco di battiti  toccato solo la prima volta che Sonia mi ha preso per mano. Ma allora ero giovane e ora il cuore fatica a sopportarli.
Approdati al paese prima di Chamonix, veniamo assaliti dalla voglia di una civile colazione, ma nonostante la nostra perlustrazione, non troviamo dove poterla fare.
La PTL sta ormai finendo ed io non ho ancora trattato Oscar con la dignità che compete al suo grado. Almeno una soddisfazione gliela devo dare. Mi tolgo lo zaino e affondo la mano come fosse un cilindro magico.
Ne escono un pettine, una forbice e una mantella. Glieli porgo e dico che può farne ciò che vuole. Ha fatto mille mestieri, ma mai quello che sognava di fare ogni volta che mi vedeva: il parrucchiere.
Con il sorriso sulle labbra, inizia a tagliarmi i capelli, manifestando anche in questo doti innate. E come un moderno Michelangelo che si rivolge al suo capolavoro, rinnova il famoso invito: “ Perché non TACI? “.
Riceve dai passanti più applausi del Barbiere di Siviglia. Ringrazia ogni volta con un sorriso.  E’ felice!
Ma come spesso succede nella vita, quello che oggi ti appaga, domani può diventare un incubo (tutti ci siamo abbuffati di nutella e il giorno dopo siamo inorriditi vedendo quel bel foruncolo giallo sul naso).
Sotto le calde coperte, le innumerevoli immagini dei vari trail si susseguono veloci. In nessuna ci sono tanti applausi come in quel momento. Anche un vero duro può cadere nello sconforto: “i trail non fanno più  per me!”.
Per fortuna Diego gli è rimasto sempre molto vicino. Quello che avevano costruito insieme non poteva finire a Chamonix.  “Non mirare agli altri, ma mira a te stesso per vedere cosa sai fare meglio”.
Le parole di Diego hanno risvegliato un vulcano.
Oscar ha deciso di reinventarsi restando nell’ambiente. I tempi sono stretti, ma non per un uomo abituato a trasformare i pensieri in fatti. Sta stressando gli organizzatori del Trail del Lago d’Orta.
Per loro ha in mente uno slogan: IL TRAIL E’ UN CAMMINO DI BELLEZZA. Questa potrebbe essere la prima volta dove i concorrenti arrivano più belli di quando sono partiti.
Tutto questo grazie alla  “ESTETICA OSCAR” che, a tre chilometri dall’arrivo, si occuperà di pedicure e capelli.
Diego ha fiutato il business e anche in questa avventura non vuole lasciarlo solo. Con il marchio “D & R” hanno già in mente molte cose per il mondo del trail che non rivelo per non bruciarle.
P.S.:  dopo l’arrivo Oscar fa riapparire la macchina fotografica. E’ proprio vero che quando finisci la PTL non sei più lo stesso: Diego è sempre sulla buona strada,  Oscar è diventato Puffo Burlone.
P.S. al P.S.: chi l’avrebbe mai detto che dietro due personcine così a modo si nascondono due ricattatori?
Maurizio