Valdigne 2012

15 luglio 2012 a 20:41

14-15.07.12
Gran Trail Valdigne – Morgex (AO)
Quando la Montagna ti ferma.
In queste pagine di solito si scrive di grandi e piccole imprese portate sempre a termine, ma non tutte le ciambelle vengono con il buco e secondo me parlare anche di una piccola grande sconfitta potrà rendere ancora più di valore questo gruppo di amici di cui faccio parte.
Venerdì 13 luglio ero in macchina con l’amico Edoardo alla volta di Morgex, paese a pochi chilometri dalla più famosa Courmayeur. Ero pronto per affrontare una gara che stavo preparando con scrupolo da mesi.
Stavo tornando nel posto dove anni fa ero diventato trailer per la prima volta. A pensarci bene, fatta eccezione per lo Sherpa che è insuperabile ed inimitabile, posso persino dichiarare di esserlo diventato prima di quasi tutte le mie adorate Tartarughe, anche prima del mio “ultra” amico carissimo Diego! (vabbeh… fatemi prendere almeno una soddisfazione).
Non meno di due settimane fa avevo ancora inanellato allenamenti anche con 2500m di dislivello su terreni non facili. Le decisioni e l’approccio di quest’anno sono state molto chiare. Pochi fronzoli, molto sudore e tanta essenzialità.
Mi sono allenato per affrontare i trail armato solo di zaino.
Niente bastoncini, niente integratori, niente gel, nessun aiuto che non arrivasse dalla mia testa… non è stato facile.
Abituarsi a convivere con qualche crampo in più, a dover contare su cibo normale, quando disponibile e ad utilizzare solo acqua non è stata impresa da sottovalutare, specie per me che sono stato preso in giro più volte come “l’uomo delle bombette” per la mia maniacale attitudine a provare qualsiasi forma di integrazione sportiva.
Non so come ci sia riuscito, ma dopo un anno di quasi segreta preparazione ci sono arrivato.
Nel mio zaino, a parte qualche capo di ricambio e l’immancabile giubbino per la pioggia, a questo giro avrei caricato solo acqua e limone (unico stratagemma che mi sono concesso per rendere gradevole il sapore dell’acqua in “busta” e tenere sempre alta la voglia di bere).
Venerdì sera, dopo il rituale del ritiro del pettorale, mi concedo una buona pizza e un’altrettanto ottima birra con l’amico Edoardo (Edo si è offerto di farmi da porta “borraccia” nei punti vita della gara, gentilezza che ho subito accolto, avere una faccia amica nel cuore della notte mi sarebbe servito). Dopodiché tenda e nanna prestissimo… la prova da affrontare sarebbe stata durissima.
Alla partenza ho tradito un po’ di emozione solo quando mi sono appuntato il pettorale sulla coscia, poi il sentimento di incertezza ha fatto spazio ad una imprevista serenità e chiarezza di intenti… non mi sembrava vero, ero pronto al brutto tempo, al freddo alla fatica e lo ero con grande voglia e felicità.
Saluto Edoardo e mi allineo al via. Pochi minuti e, sotto una pioggia neppure troppo lieve, la gara prende il via.
Il mio passo è sicuro, forte e deciso. già in paese inizio una serie di sorpassi che poi proseguono lungo la salita che conduce alle vigne di Morgex.
Il primo tratto di 6Km mi ero detto che lo avrei percorso con calma, per prendere le misure del clima e dell’altezza, e che avrei voluto passare a Pré Saint Didier in circa 60 minuti. Con calma in effetti ho percorso questo tratto, senza accenni di affanno o fiatone, senza fatica muscolare, ma a Pré mi sono trovato dopo solo 40 minuti… fresco, rilassato, divertito persino dal bel tratto percorso.
Edo non mi dice nulla, io non guardo neppure l’orologio, ma la faccia e la magrezza di chi arriva assieme a me al primo ristoro mi fa capire a pelle che il mio passo era ottimo.
Non mi riconosco neppure al ristoro. Non mi tolgo lo zaino, non mi lamento del freddo e della pioggia, non perdo tempo e non mi soffermo in chiacchiere con nessuno… il mio occhio guarda verso Arpy e il colle Croce. Pochi secondi, un paio di sorsi di acqua gassata e riparto.
La salita attacca subito, dopo il ponticello che attraversa la Dora, e lo fa in maniera neppure troppo gentile. Io mi piego in avanti e braccia dietro la schiena imposto il passo. Qualcuno con i bastoncini mi passa, ma poi man mano che la salita continua riprendo tutti e attacco a sorpassare anche altri gruppi di concorrenti.
La sensazione è strana, il fiato è sostenuto ma non affannoso e la fatica ancora molto lontana. La pioggia nel frattempo si fa sempre più fitta ma io non indosso neppure il giubbino, mi basta la maglia a maniche lunghe… che strana giornata è mai questa?
Dopo lo strappo iniziale la salita si fa più morbida e inizia un tratto si stada demaniale sterrata di facile percorrenza, aumento ancora il passo senza fatica. Un breve ma inteso strappo ci fa riprendere il bosco sotto Arpy quando ecco che il percorso arriva nella piccola frazione.
Giungo al primo vero ristoro della gara. Qui gli alpini ci aspettano con the caldo e cibo… già perché nel frattempo fuori si “buffava” dal freddo. Anche qui mi coglie lo stupore. Riconosco le facce di persone che di solito vedo solo al via… cosa sta succedendo? Che sia la mia giornata? Una velocissima sosta al bagno, una tazza di the caldo e poi via di nuovo… ho voglia di vedere il lago di Arpy e il colle Croce… questa era la sensazione: “desiderio di vedere posti a me cari”.
Riparto con un passo deciso e la salita scorre sotto i miei piedi.
Piove, il terreno non è vagamente infangato, ma io anche senza bastoncini procedo sicuro, anzi forse di più che se li avessi.
Il lago arriva in fretta e in fretta lo passo assieme a mille ricordi di infanzia misti alle rimembranze di quella lunga notte del mio primo trail, quando di qui passai che era mezzanotte passata.
La pioggia rimane una costante, ma la sicurezza e la preparazione ora sono diverse.
Peccato che serviranno a poco…
La salita per il colle Croce mi appare quasi breve e facile e quando arrivo in cima mi pervade un senso di gioia assoluta. La vista è mozzafiato, sarò di parte, ma belle come la “mia” Valdigne che ne son poche di montagne! Qui si percepisce quel senso di terrore e inquietudine tipico dei quadri del romantiscismo, in cui la natura attrae ma spaventa.
Attacco veloce il breve tratto di discesa e poi ricomincio a salire lungo il tratto tecnico che porta al rifugio Deffeyes. Come sto bene, boccehggio un poco, ma siamo anche a quasi 2500 metri. L’euforia è tale che ad ogni minima spianata riprendo a correre. Non mi spaventa nulla, fango, pietre o pietraie mi invogliano comunque a mantenere un passo parecchio sostenuto.
Non ho ancora guardato una volta il roadbook o l’orologio. Non ho nessun GPS di ultima generazione con me e non sono neppure così interessato dal sapere quale siano le mie prestazioni.
Sto bene, mi sto divertendo e per quanto il primo dei quattro “mostri” stia per essere superato senza fatica non penso neppure a cosa ci sarà dopo… sto correndo un passo dopo l’altro, libero.
Ahimè questo stato di grazia dura ben poco, oggi la montagna mi ha già dato troppo… neppure il tempo di percepire che il meteo sta volgendo al bello che nel mezzo dell’attraversamento di una pietraia il mio piede sinistro indugia su una pietra alquanto instabile.  Si susseguono una serie di passi scoordinati per cercare di non cadere, poi un dolore fortissimo alla caviglia destra e la sola percezione di essere “spiaggiato come una balena morente”.
Mi si avvicina un concorrente che mi offre il suo aiuto. Diamine… sono caduto, e che male alla caviglia, quasi da gridare!
La mia avventura stava cambiando di forma e tratti, provo a muovere qualche passo e capisco che tutto e finito per oggi. La caviglia fa davvero male e solo quindici minuti con il piede in un ruscelletto di nevaio mi permettono quantomeno di riprendere a camminare lentamente, impietosamente claudicante!
Per fortuna il rifugio Deffeyes e a poche decine di metri da dove mi trovo, mi faccio coraggio e in preda a conati di vomito per il dolore raggiungo lo spiazzo del bel caseggiato.
La vista magnifica del ghiaccaio del Rutor da tregua alla disperazione che aveva animato il mio cuore per qualche secondo. Facce amiche mi ridanno forza, riesco persino ad aiutare una concorrente con problemi di vesciche ai piedi. Incontro qualcuno che riconosce la maglia delle Tartarughe e cita l’iniziativa Elbana… la luce torna dentro di me assieme al sole che ormai scalda il paesaggio.
Bevo qualche bicchiere di Coca Cola, mangio una manciata di Tuc e poi mi faccio coraggio… devo scendere a valle… capirò li come sto e cosa potrò fare… inutile pensarci adesso.
Non mi riconosco… non so oggi cosa mi animi, ma un tempo mi sarei fermato al rifugio a dormire!
La discesa non è delle migliori, il percorso è molto tecnico con parecchi tratti esposti, attrezzati, fango, rocce scivolose e pendenze significcative. Con non poco dolore percorro i 1100 metri di discesa non stop, ma senza perdermi di animo e senza mai fermarmi. Nel frattempo la postura deviata dal dolore della caviglia incomincia a farmi prendere posizioni di appoggio sempre più improbabili e la muscolatura ed i tendini iniziano a risentirne.
Finalmente il percorso spiana in una bella pineta e arrivo alla balconata che da sulla fantastica cascata del Rutor… la Thuille è vicina, provo persino a correre in alcune circonstanze e supero persino concorrenti non infortunati.
Il male è forte ma non vedo l’ora di rivedere Edoardo con al borsa del pronto soccorso… voglio sedermi su una panchina, togliermi scarpa e calza, bere una birra e riflettere sulle mie condizioni.
Ecco Edo che appare puntuale, che bello vedere una faccia amica dopo una lunga e dolorosa discesa… solo all’arrivo al campo base capisco quanto sia andato forte sino a quel momento… nonostante abbia affrontato la discesa dal rifugio a La Thuille su una gamba sola ho più di due ore di anticipo sul cancello. Un tempo non avrei potuto far di meglio a gambe sane e con i bastoncini!
La caviglia è messa male… non riesco ad effettuare neppure una banale inversione-eversione e il tendine di Achille è grosso come una noce! Continuo a non perdermi di animo… tiro fuori la fascia elastica e provo a immobilizzare il tutto. Mi faccio coraggio e mi metto in piedi, la fasciatura pare tenere… ma per poco, provo una decina di passi di corsa per scoprire che in realtà sono da rottamare… Edoardo e i volontari sono alle mie spalle, mi coglie un momento di sconforto e piango per uno o due secondi… non per il dolore, ma per il sogno che finisce.
Mi giro, sorrido e comunico che non è possibile procedere.
La mia avventura finisce a La Thuille con la percezione che la sfortuna mi ha negato una giornata forse di piccola personale gloria. Una cosa è certa, questa esperienza mi ha fatto più forte e adesso, che sto curando la mia caviglia, cresce in me la voglia di tornare ad allenarmi e prendermi al mia rivincita con la montagna.
Speriamo di essere in forma per Chamonix per dominare la CCC e passare dal traguardo con le braccia al cielo e gli occhi inumiditi da lacrime diverse da quelle di questo strano sabato valligiano!
Andrea